| piazzaGrande |
15.10.2006 |
| Piazza Armerina al Salone del Restauro di Ferrara di Marco Dezzi Bardeschi |
da PresS/Tletter n. 27-2006 |
A Ferrara -com'è noto-
si è tenuta dal 30 marzo al 2 aprile scorso la tredicesima
edizione del Salone del restauro e della Conservazione dei Beni
Culturali e Ambientali, un appuntamento annuale sempre più
ricco di eventi e di presenze di operatori e di ditte specializzate.
Chi lo ha visitato quest'anno ha ricevuto in omaggio un elegante
fascicolo edito a cura del Centro Regionale per la progettazione
ed il restauro della Regione Siciliana che illustra il progetto
d'intervento sui mosaici della Villa romana del Casale a Piazza
Armerina per il quale è stato deliberato "un
consistente finanziamento europeo" (18 milioni e 277 mila
euro).
Ci eravamo già occupati a più riprese della vicenda,
sia sulle pagine della rivista 'L'architettura, cronache e storia'
(in un editoriale in breve del numero e nella rubrica 'documento/monumento'
sotto il titolo "da Agrigento a Piazza Armerina: Franco Minissi
o della Modernità (a rischio)" nel numero 588,
ottobre 2004), che della rivista 'ANANKE (dossier: "salviamo Minissi a Piazza Armerina" nel
numero 44, dicembre 2004).
Credevamo che l'imaginifica quanto stravagante ipotesi di rimuovere
la elegante "ricostruzione" dei volumi della Villa realizzata
da Franco Minissi nei primi anni Sessanta (e subito consacrata
da Cesare Brandi e dalla storiografia museale: "noi non dubitiamo
-fu il commento di Brandi- che questa soluzione integralmente
moderna e integralmente modesta, diverrà esemplare")
e da allora ritenuta, a ragione, un topos della nuova museografia
fosse stata definitivamente sconfitta dal realismo e dal buonsenso
e che, di conseguenza, l'opera di Minissi non debba più
essere a rischio di azzeramento. E invece no. La rinunzia all'ipotesi
del cupolone alla Fuller (di ben 120 metri di diametro ed di 30
di altezza: pensiamo solo all'assurdo impatto ambientale che ne
sarebbe derivato in un paesaggio gentile, armonioso ed arcaico
come quello di Piazza Armerina!) non ha portato, come si poteva
presumere, ad archiviare il progetto, altrettanto assurdo della
totale remozione della geniale ricostruzione spaziale di Minissi,
apostrofata come "orribile ferraglia". Il pregiudiziale
pollice verso l'impegnata quanto forse troppo "moderna"
opera di salvaguardia è rimasto. Ed ora si torna a
vaneggiare altre soluzioni radicali ed estreme (anche come costi)
che vanno dal presunto ripristino "filologico", fatto
ora per allora, della Villa "com'era e dov'era" in materiali,
ovviamente, tradizionali (pareti perimetrali in muratura e coperture
con capriate in legno e ferro).
Proprio per non compromettere la stima e l'amicizia con l'immaginifico
Vittorio Sgarbi (qui in veste ufficiale di conservatore della
Villa del Casale), sempre fin troppo pronto alla provocazione
intelligente e stravagante ed alla conseguente polemica vivace
e ruggente, bisogna essere sempre molto chiari ed espliciti, a
costo di apparire persino un po' duri ed ostinati, almeno quanto
lui.
Il fatto nuovo oggi, dunque, da un lato è l'onesto riconoscimento,
che quella del "cupolone" non poteva essere una soluzione
credibile, ma solo "un'idea suggestiva, avveniristica, che
in un primo tempo avevo sposato, ma che in realtà non ho
mai accettato". In buona sostanza: si trattava solo di una
simpatica boutade goliardica di bell' effetto per richiamare la
dovuta attenzione ad un concreto intervento di salvaguardia
dell'intero sito, frequentato ogni anno da più di cinquecentomila
turisti ed inserito dal 1997 nella lista dei monumenti del Patrimonio
mondiale dell'UNESCO.
Il vero problema dei 3500 metri quadri di mosaici pavimentali
della Villa romana scavata nel 1929 da Paolo Orsi (ma anche della
stessa sua sperimentale copertura di salvaguardia in ferro e perspex
color fumo di fabbricazione inglese, di 3,2 millimetri di spessore)
è sempre stato ed è tuttora (malgrado la quotidiana
presenza in sito di un esercito di addetti permanenti) quello
della semplice manutenzione periodica, con tanta insistenza inutilmente
sempre reclamata dal suo progettista e, in pratica, mai seriamente
attuata.
Morale della favola: questo è un Paese (Regioni a statuto
speciale, con finanziamenti altrettanto speciali, comprese) in
cui è più facile gridare allo scandalo e riuscire
a far stanziare imponenti finanziamenti per Grandi Opere, ma in
cui non appare credibile dover spendere solo pochi spiccioli per
una tempestiva manutenzione (straordinaria o ordinaria).
E' più facile insomma far la tragica Cassandra dello sfascio
del patrimonio e suonare la grancassa dell'SOS più drastico
ed oneroso, che impiegare una minima quota parte dell'abbondante
gettito quotidiano lasciato dai visitastori per assicurare il
minimo necessario ad una "normale" manutenzione programmata.
O tutto, o nulla. Tertium non datur.
Ed ecco infatti puntualmente scattare, inossidabile, il classico
slogan che piace tanto ai politici e che fa titolo sui quotidiani:
"riporteremo finalmente la Villa del Casale al suo antico
splendore", dichiara l'Assessore regionale ai Beni Culturali,
che lancia "un progetto fortemente voluto che si pone tra
le grandi opere della Regione Sicilia"). Peccato che, se
la Villa del Casale "rappresenta un patrimonio unico per
interesse storico e di oggettiva bellezza architettonica"
questo riconoscimento non si estenda anche all'opera d'ingegno
di Minissi.
Ed ecco che Sgarbi al convinto elogio del sistema di copertura
fa seguire senza il minimo turbamento la sua scontata condanna
a morte. Essa, dichiara, infatti, con enfasi critica, "costituisce
forse il primo esempio di protezione di uno scavo con un materiale
moderno utilizzato per evocare la forma pristina della struttura
architettonica. (La copertura di Minissi) rappresenta in un certo
senso il tentativo di realizzare il massimo distacco dai materiali
dell'architettura antica (plastica trasparente e vetro) e la massima
aderenza alla spazialit&a
grave; originaria (riproposizione dei
volumi perduti); in questo senso si inserisce a pieno titolo nella
storia degli interventi di copertura dei siti archeologici".
Ma poi, dopo questo giusto riconoscimento, così prosegue:
"è palese tuttavia come tale copertura sia ormai molto
deteriorata: col tempo, la plastica impiegata in sommità
è fortemente ingiallita, i sormonti delle tegole si sono
completamente anneriti, gli elementi metallici mostrano diffusi
fenomeni di ossidazione". Sono questi i problemi di sempre
che un buon tecnico della conservazione si trova quotidianamente
ad affrontare. E invece qui si finisce per buttar via il bambino
assieme all'acqua sporca. Potrebbero essere sufficienti normali
interventi antiruggine di passivizzazione e di rigenerazione dei
ferri e, tutt'al più, di sostituzione delle plastiche non
più trasparenti con vetri atermici che evitino l'effetto
serra. Invece, distruggendo il manufatto originale, se ne propone
"un'evoluzione storica del progetto Minissi sulle coperture"
che le riprogetti liberamente per assicurare una presunta "migliore
gerarchia dei volumi recependo le indicazioni progettuali di Minissi
non attuate, che rifletta i canoni costruttivi storici"!
E, con pari arbitrio, per le pareti viene proposto, secondo quanto
dichiara il progettista responsabile (Guido Meli, Direttore del
Centro Regionale di Restauro), "il ripensamento radicale
(!) dei rapporti luce-ombra che consenta un'adeguata lettura delle
relazioni fra gli spazi". Strano modo davvero di "recepire
e valorizzare alcuni concetti che stanno alla base delle scelte
di musealizzazione adottate dall'architetto Minissi"!
Così, senza il minimo pudore, al danno della cancellazione
si aggiunge la parodia e la beffa. "La nuova soluzione prevede
la chiusura perimetrale agli ambienti così da restituire
le gerarchie luminose dell'edificio" dagli ambienti di rappresentanza
a quegli privati, dalla luce piena del peristilio alle modulazioni
d'ombra dell'interno, con una più fedele percezione dei
tappeti musivi. In altre parole rimossa la copertura trasparente
esistente, viene ora proposta "una nuova copertura opaca
in legno, con camera d'aria ventilata, rivestita in lamina di
rame preossidato", che riprenda "la gerarchia volumetrica
originaria" (e chi la conosce?). una struttura tradizionale,
definita "leggera e reversibile, palesemente moderna (!),
con minime interferenze con la struttura originaria (montanti
metallici porteranno capriate reticolari in legno)". Così
si sta tentando di consumare, sperperando denaro pubblico, l'inutile
delitto di una delle opere-simbolo della moderna museografia della
fine degli anni '50. Noi auguriamo che, senza cedere a lusinghe
di una tela di Penelope senza fine, fatta di de-restauri e conseguenti
sempre opinabili di-costruzioni, il buon conservatore nella sua
veste di alto commissario faccia il suo dovere che reclama di
unire alla indiscutibile e prioritaria salvaguardia dell'imponente
patrimonio musivo della Villa romana anche quello materiale, ormai
consacrato, della sua bella e congeniale copertura d'Autore.
Marco
Dezzi Bardeschi
FONTE
PresS/Tletter
n. 27- 2006
http://www.prestinenza.it
http://presstletter.com