| piazzaGrande |
27.02.2007 |
| Che Zevi (e Ove Arup) vi maledicano di Sandro Ranelucci |
da PresS/Tletter n. 08-2007 |
L'argomento non è più
divertente. Ma abbiate pazienza, si avvia inesorabilmente al suo
tragico epilogo, e smetteremo di parlarne. Alla faccia della difesa
dell'architettura moderna.
Come davanti alle esili strutture delle Halles, il Generale Custer/Alto
Commissario Sgarbi sta facendo arrivare il contatto alle cariche
distruttive. La storia è inutile, non insegna neppure ad
evitare di ripetere gli errori. Torno a chiedere ospitalità
a Luigi Prestinenza per mantenere un minimo d'informazione. Dal
momento che il mio www.sandroranellucci.it non potrebbe tener
desta l'attenzione sulla vicenda appena fuori del mio ambito parentale.
Ignorando la condizione oggettiva e giuridica di monumento che
sarebbe auspicabile riconoscere all'opera di Minissi accade che
circolino nuovi grafici a definizione del progetto predisposto
dal team della Regione per la villa di Piazza Armerina. Mentre
si parla di inizio dei lavori in cantiere proviamo a leggere
quegli "esecutivi", da pazienti architetti desiderosi
di capire.
L'ipotesi formulata nel progetto prevede la realizzazione di un
tetto ventilato con manto di copertura in rame e una chiusura
verticale che usa pannelli verticali alveolari intonacati. Pare
di capire (la scala degli "esecutivi" mi sembrerebbe
più adatta a indagini preliminari che non ad una
condizione di appalto attribuito) che la consistente struttura
sostitutiva (anche se non è facile capire fino in fondo
in cosa essa consista) non si distacchi sostanzialmente dalla
soluzione di Minissi per quanto concerne le modalità di
sostegno della copertura. Solo che in quel magistrale progetto
l'Ordinario di Museografia appoggiava la superficie d'involucro
in perspex ad un esile tubicino. A questo scopo l'aver sovrapposto
Minissi al piede della copertura uno strato di pietre riconoscibile
come "strato di sacrificio" rispetto alla consistenza
dei muri rinvenuti, è soluzione lieve ma pienamente sufficiente:
modesti carichi puntuali, scaricati sullo "strato di sacrificio"
mediante un leggero perno passante, tra faccia interna e faccia
esterna del muro. Ebbene: non credo ai miei occhi, anzi sono certo
di sbagliare. La stessa sezioncina esile, presente più
o meno a interassi non dissimili da quelli adottati da Minissi
per il suo perspex, sembrano nei grafici pubblicati dalla Regione
Sicilia all'interno del progetto Sgarbi sostenere ottimisticamente
un "ambaradam" di travi reticolari in copertura, di
rivestimenti di rame, di isolamenti termici, di pannelli di foderatura
di cui più non si dice, per quanto concerne il peso, con
tanto di intonaco in coccio pesto.
Che Ove Arup vi maledica.
Sorge il dubbio che non ci si sia abbastanza soffermati sul fatto
che il carico che una modalità strutturale che si suppone
funzioni come quella di Minissi possa sostenere solo carichi molto
limitati. Puntuale, rada, la struttura di Minissi;
ad essa sembrerebbe aggiunto solo un appoggio esterno che non
potrebbe, se fosse così, non squilibrare ulteriormente
la struttura. In pratica, fosse come a prima vista ci appare,
le sezioni potrebbero essere insufficienti, insorgere carichi
di punta, manifestarsi l'assenza di controventature. Ma
certamente si tratta di dubbi motivati dalle incertezze di chi
scrive, modesto strutturista. Il quale comunque
si sente messo in allarme dalla permanenza di una soluzione statica
che comporta probabilmente il passaggio da alcune decine di chili
a montante, nel caso del perspex, a un quanto di più
che per dirsi richiederebbe un'analisi dei carichi che certamente
sarà stata approfondita, in elaborati che non conosciamo.
Muro rinvenuto e strato di sacrificio al piede della nuova costruzione
non mi appaiono in realtà granché preoccupati delle
nuove condizioni di maggior carico, nel passaggio dal progetto
Minissi al progetto Sgarbi. E questo mi induce a pensarlo
anche il fatto che nello loro spessore murario, che non è
cresciuto, si manifesterebbero persino gli incassi probabilmente
inediti degli apparecchi per l'illuminazione. I quali, oltretutto,
risultando inevitabilmente ravvicinati ai mosaici, vigendo l'esigenza
di un'illuminazione il più possibile uniforme, dovranno
necessariamente essere molto frequenti e quindi risulterebbero
parecchio invasivi rispetto all'appoggio.
Ma siamo certi che molta incapacità di comprendere la soluzione
sia nostra. Ritenendo anche che, qualora venissero diffusi anche
grafici più dettagliati, forse qualcosina in più
la comprenderemmo.
Che dire, in questa condizione di definizione apparentemente insufficiente,
di quale avrebbe potuto essere il livello di comprensione da parte
di chi ha ritenuto di scendere ad un ribasso del 40%? Se non esistessero
altri elaborati a noi non noti, qualora si dovesse scoprire
che il progetto avrebbe bisogno di ulteriori "approfondimenti",
potrebbe essere mantenuto, quell'impegno?
Il punto è che il mondo della cultura, a forza di volare
alto, rischia di guardare prevalentemente alle coperture in rame,
alle "cupole", e poco agli attacchi a terra, non trovando
interesse per una verifica della rispondenza tra i propri sogni
e il delicato impatto tra mosaici e struttura protettiva. Meno
che mai chi è abituato a volare alto si soffermerà
volentieri a consultare noiosi libercoli quali il mio "Strutture
protettive e conservazione dei siti archeologici"(Carsa 1996,
pp,156). Perché in tal caso, se lo facesse, persino maturerebbe
qualche dubbio, osservando il caso della copertura dei mosaici
di Paphos. Una struttura sorprendentemente somigliante a quella
di Minissi a Piazza Armerina, con tanto di passerelle sui muri
per i visitatori ecc. Ma con masselloni di legno al posto del
perspex, certamente anche in quel caso giudicato troppo "moderno".
Legno, a spanne paragonabile, in quanto al peso, rispetto all'incidenza
nei carichi puntuali, a quello dell'insieme di pannelli di gesso
con intonaco di cocciopesto, con copertura di rame e travi metalliche
del progetto Sgarbi. Ebbene, si vada a controllare nelle noiose
foto in bianco e nero di quel mio libro (pag.94), come a Paphos
son finite le illusioni di leggerezza, con deliziosi appoggi 20x30cm
in cemento armato insinuati tra i mosaici! Chi ha un pò
di dimestichezza (quotidiana) con la progettazione, cosa sempre
meno frequente per gli architetti, sa che, quanto meno i dettagli,
di carattere statico e formale, si avvicinano all'1:1, tanto più
la possibilità di un'illusione di leggerezza, per quanto
riguarda la struttura architettonica, è destinata a fallire.
In pratica avendo un pò d'esperienza di progetto può
accadere d' essere assaliti dal dubbio di una qualche inadeguatezza
dei grafici posti in circolazione in vista della sostituzione
della copertura storicizzata di Piazza Armerina. Se così
fosse, ma certamente non sarà, scaturirebbero sostanziali
mutamenti in corsa e probabili interferenze distruttive.
Spero proprio, alla conclusione di questa vicenda, di non dover
tornare a citare queste righe, a conferma della mia impressione,
quando purtroppo sarà troppo tardi.
Per chiudere: una considerazione meno, come dire, disciplinare.
Qualche anno fa, in una domenica mattina, mi trovai ad entrare
in quello che era stato il cinema sulla piazza di S.Lorenzo in
Lucina, a Roma. L'Onorevole Sgarbi presentava il programma nientemeno
che del Partito della Bellezza. Non ritenni di mettere la cera
nelle orecchie per resistere come Ulisse ai canti e alle melodie
che provenivano dall'interno. Non avevo del resto mai nascosto
d'essere poco d'accordo con chi dell'architettura pretendeva esclusivamente
un'interpretazione in chiave etica, ideologica, limitata a un
illusorio rigore. Che richiamo un politico che intenda porre
alla base di un programma nientemeno che la Bellezza! Un auspicio
che continuerebbe ad accogliere, qualora venisse riproposto, tutto
il mio interesse. Ma come estendere tale condividibile aspirazione
al progetto sostitutivo che si intende realizzare a Piazza Armerina?
Sandro
Ranelucci
FONTE
PresS/Tletter
n. 8- 2007
http://www.prestinenza.it
http://presstletter.com