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04.10.2004 |
| Dibattito
sulla Villa del Casale: l'intervento di Marco Dezzi Bardeschi su PresS/Tletter* |
Ormai, purtroppo, solo per pochi attenti storici di museografia del dopoguerra l'opera sperimentale di Franco Minissi costituisce un chiaro esempio di riferimento per il suo costante porre al centro del progetto l'ineludibile rapporto dialettico tra istanze di conservazione in situ del documento materiale (all'aperto) e nuove esigenze di allargata fruizione pubblica. Un lavoro sempre coerente e di elegante Modernità il suo, teso a salvaguardare sul campo leredità materiale più a rischio dell'antichità e che ha avuto come proprio privilegiato campo di applicazione soprattutto il territorio siciliano. Ho usato l'aggettivo sperimentale perché proprio facendo ricorso a materiali fortemente innovativi ed a soluzioni tecniche e tecnologiche (allora) avanzate che Minissi ci ha offerto con rara pulizia formale soluzioni architettoniche trasparenti e di minimo impatto materico con l'esistente che si voleva proteggere e valorizzare, soluzioni sempre molto apprezzate (e pubblicizzate) dalla critica operativa (e non) contemporanea (da Zevi e Ragghianti, allo stesso Brandi, di solito sempre molto riluttante rispetto al nuovo). Con tali interventi peraltro incoraggiati e sostenuti dal Ministero della Pubblica Istruzione, per la prima volta il progetto del nuovo trovava ufficiale riconoscimento e legittimazione da parte delle stesse massime istituzioni di Tutela dello Stato solitamente fin troppo indulgenti, per consolidata tradizione, verso soluzioni analogiche e neostoriciste.
Così l'opera di Minissi, per il suo programmato minimalismo e per la propria trasparente evidente "insostenibile leggerezza", entrava con pieno riconoscimento nella storia della museografia archeologica contemporanea come un apprezzato paradigma della Modernità, al pari di quella certamente più creativa ed autorale di grandi Maestri del progetto come Scarpa, Albini, Gardella o Michelucci a favore dei grandi Musei d'Arte.
E tuttavia... un'intervento protettivo, messo in crisi sia dall'affidabilità sui tempi lunghi dei materiali impiegati che dall'eccessivo carico dei visitatori (come appunto a Piazza Armerina: oltre 600.000 l'anno), ma soprattutto dalla totale assenza di manutenzione in tutti questi anni (alle mura di Gela, come al teatro di Eraclea Minoa), come ha continuato, inascoltato, a lamentare il suo Autore in ogni occasione di pubblico confronto (l'ultima a Milano nel maggio 1996).
Per Piazza Armerina finalmente, ma solo da poco, nella primavera scorsa è stato elaborato (e presentato) un progetto di revisione della storica copertura in ferro e plexigas di Minissi redatto a del direttore del Centro regionale per la Progettazione e il Restauro, architetto Guido Meli. Ma l'iter attuativo sarebbe stato sospeso a causa della nomina, con decreto dell'assessore regionale dei Beni Culturali, a Commissario unico alla villa del Casale di Vittorio Sgarbi che starebbe elaborando un radicale progetto alternativo.
Un progetto annunciato che, dalle indiscrezioni della stampa locale ("la Sicilia") ha del faraonico. Ben più "avveniristico per l'epoca" di come si vuol ritenere, ora per allora, il progetto Minissi. Si parla infatti (il progetto non è stato ancora presentato all'opinione pubblica) di coprire il sito archeologico con una colossale cupola di 160 metri di diametro e di 45 di altezza che lo metterebbe interamente "sotto vetro", sulle orme di alcune vecchie provocazioni alla Fuller (per il Partenone) o del cupolone, di cui è stata sospesa la realizzazione, per "l'acropoli" di Ain Dara in Siria. Il tutto per un costo di ben 18 milioni di euro!
A parte le solite amabili chiassose provocazioni cui Sgarbi ci ha abituati, proprio ora che poteva realizzarsi una, anche se tardiva, puntuale manutenzione dei mosaici e della stessa generosa "ricostruzione" dei perduti volumi della villa, che ha onestamente salvato i mosaici per mezzo secolo da una rapida fine, si pronunzia uno sbrigativo pollice verso l'"orribile ferraglia" (Vittorio Sgarbi, la Sicilia) e si sposta il tiro a favore di un'improbabile nuova struttura colossale in acciaio-vetro che, tra pochi decenni (il caso dell'arrugginito Palazzo del Lavoro di Nervi realizzato a Torino per Italia '61 insegna) potrebbe riproporre a scala ben più gigantesca proprio gli stessi problemi che ora si vuol evitare di affrontare. Non ci meravigliamo allora se si è formato un comitato cittadino spontaneo che ha già pronunciato in merito un giudizio fortemente critico "Cupolone, no grazie!".
Ed è davvero curioso che anche un Soprintendente come Salvatore Scuto, anziché dedicarsi diligentemente - come sarebbe suo dovere - ad accertare le cause del degrado ed a proporre gli adeguati (piccoli) rimedi a tanti anni di mancata manutenzione faccia l'ironico (con se stesso?) scrivendo: "le plastiche si rompono? Le ripareremo. I ferri arrugginiscono? Progetteremo una accurata manutenzione. I mosaici scoppiano e un visitatore su venti si sente male? Provvederemo...Piove sul corridoio del peristilio? Ci metteremo delle belle vetrate, ecc." ('la Sicilia', 25 agosto 2004).
Si preannuncia dunque l'ennesimo focoso (quanto alla fine sterile) dibattito tra chi desidera dare maggior attenzione e rispetto all'esistente (tutto, Minissi compreso) e chi vive di quotidiani "coupes de theatre"? Ecco un'occasione concreta, da non perdere, per un intervento tecnologicamente avanzato (vetri intelligenti, pannelli fotovoltaici, materiali bioclimatici ed ecocompatibili) che elimimi i fattori negativi "trasformando in risorsa - come ha scritto Meli - ciò che è attualmente ritenuto un problema".
Marco Dezzi
Bardeschi
Facoltà
di Architettura Civile del Politecnico di Milano, Presidente del
Comitato italiano ICOMOS (International Council of Monuments and
Sites)
*PresS/Tletter è una delle più importanti e diffuse newsletter nel campo dell'architettura in Europa (va a oltre 5000 addetti ai lavori).