| piazzaGrande |
12.11.2006 |
| La
villa romana del casale di Piazza Armerina è in pericolo di Francesco Tomaselli |
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Il restauro emblematico
progettato da Franco Minissi nel 1957 e l'integrità del
monumento sono minacciati da un intervento di ripristino multimilionario
sostenuto dall'alto commissario Vittorio Sgarbi.
Se non si reagisce in tempo potremmo assistere alla scomparsa
dell'ennesima testimonianza dell'operosità di Minissi nell'ambito
del restauro archeologico.
Una cultura diffusa anche nei
livelli di maggiore scolarizzazione, che traspare altresì
dagli organi di informazione, induce a considerare il restauro
come un momento assai positivo nella vita di un'opera d'arte e
si ha l'impressione che i migliori risultati si ottengano con
grandi quantità di denaro. Questo è falso!!!
L'esecuzione di un restauro rappresenta una sconfitta degli organi
di tutela e della società tutta perché costituisce
il conseguente epilogo di una lunga e colpevole omissione di atti,
e registra una mancanza di interesse e di passione per i monumenti,
che si è costretti a sanare con il restauro, che, nella
quasi totalità dei casi, sarebbe altrimenti evitabile.
Forse è meglio ribadirlo: il restauro, anche quello che
più si avvicina alla conservazione integrale, è
atto traumatico che va prevenuto con opere di manutenzione. Il
miglior restauro è sempre quello che può essere
evitato, a garanzia dell'integrità del patrimonio culturale
che conserverebbe l'aura della sua autenticità con il conseguente
risparmio delle risorse economiche della collettività.
Questo preambolo è utile per meglio argomentare il gravissimo
pericolo che sta correndo il noto sito archeologico della villa
romana del Casale di Piazza Armerina in cui si pretende di eseguire
un così detto "restauro" del valore di 25 milioni
di euro (a quanto pare 18 + 7 provenienti da finanziamenti di
diversa origine).
Dopo la fortuita scoperta e i successivi scavi, una prima copertura
veniva realizzata nel 1942, nel Triclinium, sopra i mosaici con
le Fatiche di Ercole, su progetto dell'architetto Piero Gazzola,
a quell'epoca Soprintendente ai monumenti della Sicilia orientale.
Pilastri di mattoni sostenevano una struttura con capriate lignee,
tavolato e coppi alla siciliana. Ma quel primo esempio di copertura
non convince, è troppo pesante e oppressivo dei resti archeologici.
Soltanto nel 1957, dopo avere portato il tema all'attenzione del
Consiglio Superiore delle Antichità e Belle Arti, il Ministero
della Pubblica Istruzione dava incarico all'architetto Franco
Minissi di progettare una protezione con tettoie trasparenti e
leggere. Al progetto delle coperture della villa del Casale partecipava
attivamente Cesare Brandi storico dell'arte e teorico del restauro
di fama internazionale, in quel tempo direttore dell'Istituto
Centrale per il Restauro. In un saggio sulla conservazione delle
architetture allo stato di rudere pubblicato sul Bollettino dell'ICR
nel 1956, Brandi trattava ampiamente il tema della villa del Casale
esponendo la possibile tipologia delle proposte di copertura dei
resti della villa. Quella tradizionale pesante e invasiva, del
genere di quella realizzata da Gazzola (in pratica molto simile
al progetto che si vorrebbe realizzare oggi), quella in forma
di grande cupola in cemento armato, conservativa per i ruderi
ma non per l'ambiente (molto simile ad un altro progetto proposto
nel 2004) e, infine, quella leggera e trasparente che riteneva
la più idonea.
Grazie alla razionalizzazione del montaggio dei vari componenti,
essenzialmente esili strutture metalliche ed elementi modulari
in vetro o in laminato plastico trasparente, nel 1958 (in meno
di un anno), l'opera protettiva per la conservazione della villa
romana del Casale veniva completata. Con un impegno economico
minimale, dunque, guidato da un progetto museografico di grande
ingegno e originalità, si è resa possibile la salvaguardia
del complesso architettonico e la sua fruizione, con oltre duemila
metri quadrati di mosaici coperti. Ma questi sono solo gli aspetti
più pratici di quel progetto che però nella sua
essenza contiene la massima concentrazione delle speculazioni
intellettuali intorno al restauro dei monumenti elaborate nella
prima metà del Novecento e, generalmente, valide fino ad
oggi. L'attività progettuale di Minissi, che si svolge
dopo la seconda guerra mondiale, si collega al dibattito sugli
obiettivi del restauro che insieme allo stesso Brandi vede protagonisti,
tra gli altri, Renato Bonelli, Guglielmo De Angelis D'Ossat e
Roberto Pane, che disquisiscono intorno alla sua codificazione.
Il restauro è sempre da intendere con finalità conservativa
ma nella feconda dialettica tra processo critico e atto creativo,
nella prospettiva del raggiungimento della reintegrazione dell'immagine
mutila, ove se ne presentasse l'assoluta necessità. L'opera
di Minissi, svolta a servizio della conservazione del patrimonio
archeologico, si è fatta interprete di questo dibattito
ed ha tradotto le istanze teoriche in concrete realizzazioni che
possono considerarsi, per ciò che riguarda l'accostamento
di materiali moderni a resti archeologici, il manifesto del restauro
del XX secolo. Manifesto che rischia di essere definitivamente
cancellato.
Col progetto di Minissi si è ottenuto un apprezzabile equilibrio
tra la necessità protettiva del sito, costituita dall'impalpabile
struttura trasparente, ed il rispetto dell'atmosfera magica del
rudere archeologico a cui, ma solo graficamente, si conferisce
una ideale e non obbligata dimensione spaziale ormai definitivamente,
dico definitivamente, perduta e mai più riconquistabile
dalle supposizioni dei ripristinatori.
Proprio la Sicilia ha rappresentato il laboratorio per la sperimentazione
di quelle nuove vie del restauro e proprio Minissi è stato
autore di tanti progetti come quello delle mura urbiche greche
di Capo Soprano realizzate in mattoni di argilla cruda, dove si
adottava un rivestimento con lastre di vetro (1952); come quello
della copertura del teatro di Eraclea Minoa con elementi sagomati
in perspex (1962); come quello della chiesetta di epoca normanna
di San Nicolò Regale a Mazara del Vallo (1963) in cui si
ricostruiva la copertura non più esistente. Questa era
composta da elementi metallici e piccole lastre trasparenti di
perspex che emulavano l'apparecchiatura in conci di arenaria costituenti
archi, volte e cupola e consentivano alla
luce del giorno di inondare
l'interno (di una bellezza strepitosa).
Forse pochi ricordano che le soluzioni restaurative appena citate
non esistono più perché recentemente distrutte da
ulteriori e dissennati restauri. Ma è mai possibile? Si
è possibile. Ancora una volta questi esempi ci mostrano
monumenti in cui non si è mai attuato il minimo piano di
manutenzione e dove, per inerzia, si è atteso il lento
disfacimento della materia, sia di quella introdotta con il restauro
che di quella storica che si voleva proteggere. In verità
resta solo un'altro esempio di sito archeologico con copertura
trasparente progettata da Minissi, ma per motivi comprensibili,
preferisco non rivelarne l'ubicazione per evitare lo zelo di qualche
"benintenzionato" portatore di favolosi finanziamenti.
Per tornare alla villa del Casale si può ancora notare
che la soluzione della sua protezione ha trovato sempre entusiastici
consensi e che quel progetto, che superficialmente si potrebbe
definire datato, è ancora considerato come uno tra i più
alti esempi del restauro di tutti i tempi.
In cinquanta anni la copertura della villa ha svolto egregiamente
la sua funzione, praticamente senza mai ricevere opere di manutenzione,
sopportando pure atti vandalici, tentativi di incendio, e addirittura
un alluvione. L'alluvione verificatosi nel 1991 causava l'inondazione
della villa e provocava il ricoprimento dei mosaici con una spessa
coltre di fango. Questa poteva essere una buona occasione per
mettere a punto un progetto serio di manutenzione e valorizzazione
del complesso e di soluzione dei pericoli idro-geologici. Ma niente!!!
Si sgombrano semplicemente fango e detriti senza avviare studi
sulla conservazione dei mosaici. Gli unici interventi hanno sempre
peggiorato la situazione climatica con la eliminazione delle soluzioni
per favorire la circolazione dell'aria previste dal progetto originario
della copertura.
Neanche l'inclusione della villa, nel 1997, nell'elenco del patrimonio
dell'umanità da parte dell'UNESCO ha fatto reagire i responsabili
per indurli a promuovere minime azioni di tutela e opere di miglioramento
dell'accoglienza (pensate 500 mila visitatori all'anno e neanche
un gabinetto) o per scongiurare le azioni di vandali e ladri.
Per studiare la possibilità di combattere vandalismi e
furti (l'ultimo, di due teste marmoree, è stato denunciato
il 2 ottobre 2006) nel 2003 la Regione Siciliana aveva nominato
Alto Commissario della villa l'ex generale dei carabinieri Bruno
Conforti (una volta tanto la persona giusta al posto giusto) ma
poi ci ha ripensato e ha conferito quella carica al dottore Vittorio
Sgarbi, perché, a quanto pare, si è meritato quei
galloni di difensore della villa dopo un coraggioso blitz effettuato
alle quattro del mattino per cogliere, forse, eventuali delinquenti
sul fatto. Da quel momento si è cominciato a discutere
di possibili progetti, ma anziché di lotta alla criminalità
i progetti, d'improvviso, sono diventati di restauro (ma che nesso
c'era ?). Così ha iniziato a circolare la notizia di un
favoloso finanziamento per realizzare una ciclopica cupola a protezione
del sito archeologico.
Il timore di una profonda alterazione dei luoghi ha fatto insorgere
le proteste ed io stesso ho raccolto varie firme in campo nazionale
per sostenere l'iniziativa del prof. Nigrelli, dell'Università
di Catania, che invocava giusti interventi per garantire la permanenza
dell'opera di Minissi.
Dopo qualche tempo il commissario Sgarbi, che prima manifestava
simpatie per una cupola di ben 120 metri di diametro e 30 di altezza
(ora mi rendo conto che forse era solo uno specchietto per le
allodole), rompe gli indugi e dichiara che il suo nuovo paladino
è l'architetto Guido Meli, Direttore del Centro regionale
del restauro, che sta elaborando un progetto conservativo (sic).
Sembrava una battaglia vinta. Il restauro emblematico di Minissi
poteva continuare a resistere con gli opportuni interventi di
adeguamento. Una dichiarazione dello stesso Meli rilasciata ad
un quotidiano confermava le sue intenzioni conservative: «Tutti
i sostegni tubolari della copertura - dice Meli - sono oramai
arrugginiti, vanno cambiati, un lavoro difficile, attraverso il
quale dobbiamo ottenere un'adeguata aerazione ed una maggiore
funzionalità dell'attuale sistema» (GdS 17-2-04).
Forse avrebbe dovuto allarmare l'esagerato impegno di spesa che
si andava delineando, non sempre compatibile con chi vuole sinceramente
conservare l'esistente. Io però ero rassicurato dal ruolo
che riveste il Centro diretto dall'architetto Meli, che, pensate,
si occupa della elaborazione, per tutto il territorio regionale,
della "carta del rischio" che rappresenta il mezzo per
evitare i restauri da svolgere in emergenza, perché valutando
i rischi si può agire con opere di prevenzione. Sapevo
pure che insieme al teatro di Taormina, uno dei progetti pilota
di Meli era proprio applicato alla valutazione dei rischi della
villa del Casale e questo mi tranquillizzava ulteriormente, anche
perché non traspariva alcun immediato pericolo. Ma d'improvviso,
forse per qualche malefico influsso, i guai sono arrivati tutti
insieme.
Devo ringraziare il prof. Dezzi Bardeschi del Politecnico di Milano
e il prof. Guerrera dell'Università di Palermo, che mi
hanno informato, negli scorsi giorni, di un progetto definitivo
di cui non avevo notizia. Ma l'impulso a scrivere queste righe,
dopo aver assunto ogni possibile elemento, mi è venuto
dopo la lettura di un articolo del commissario Sgarbi (che dispensa
ingiurie a chi si è permesso di manifestare dubbi sulla
sua iniziativa) pubblicato lo scorso 23 ottobre da "il Giornale"
dal quale si comprende che dietro quel progetto di svariati milioni
di euro non c'è alcun programma culturale, se non quello
di spendere subito quei denari che altrimenti andrebbero perduti.
A questo punto rivolgo al commissario Sgarbi l'appello di non
permettere che si distrugga, per i motivi che ho esposto, l'opera
di Minissi, di essenziale importanza per l'evoluzione delle teorie
del restauro. Sarebbe come, spero che lui capisca, togliere le
opere di restauro di Raffaele Stern dall'arco di Tito.
Vorrei chiedere pure al commissario Sgarbi se ha mai valutato
quanto potrebbe essere fallimentare eliminare la struttura di
copertura esistente, che di fatto ha svolto egregiamente la sua
funzione per cinquanta anni, senza mai richiedere opere di manutenzione
e tuttora efficiente, con un'altra costosissima che richiederebbe
indifferibili e onerosissimi interventi continui. Forse l'alto
commissario non è stato informato di quanto sia gravoso
mantenere in stato di esercizio tutto il legno che dovrebbe mettersi
in opera, e cosa richiederebbe tenere in ordine quei circa trentacinquemila
metri quadrati di nuovo intonaco che si vuole introdurre.
E poi ancora chiedo al commissario di riflettere se vale la pena
di eliminare l'elegante soluzione di copertura esistente nella
villa per costruire quei pesanti ed ingombranti casoni di totale
invenzione che, più che altro, ricordano un surrogato di
edilizia rurale dove recarsi per acquistare uova fresche.
Spero che il buon commissario Sgarbi capisca che alla fine tutti
quei quattrini, per i quali rivendica riconoscenza dai siciliani,
se non impiegati oculatamente, saranno solo la più grande
iattura che poteva capitare a quel luogo magico e incantevole.
Io sono sicuro che con poca spesa si dovrebbe rimettere la copertura
progettata da Minissi nella condizione di essere attualizzata.
Parte del denaro restante si dovrebbe impiegare per le opere di
conservazione dei mosaici. Il resto del cospicuo finanziamento
sarebbe da destinare alle infrastrutture ricettive. Altra opera
assai meritoria sarebbe pure quella di istituire ed attrezzare
un laboratorio di restauro permanente, dove ospitare per tirocini
e poi impiegare i laureati, architetti e restauratori dei corsi
d
i conservazione dell'Università.
Spero che presto l'alto commissario dott. Vittorio Sgarbi, noto
saggista e conduttore televisivo, apprezzato per l'alto senso
di equilibrio e la moderazione, receda dai suoi propositi e si
renda conto che il destino della villa del Casale di Piazza Armerina
è di importanza capitale per la cultura universale e che
non si può restare indifferenti di fronte ad un progetto,
privo di ogni minimo approfondimento, che elimini l'integrità
e l'autenticità del monumento.
Aspetto fiducioso che un suo ripensamento ci liberi dall'attuale
imbarazzo e dall'angoscia di sapere quel prezioso bene culturale
in pericolo. Mi auguro che Sgarbi ci ripensi almeno come tributo
alla memoria di Cesare Brandi di cui quest'anno ricorre il centenario
della nascita.
Invito infine coloro che hanno letto queste mie note e considerano la conservazione del patrimonio culturale un interesse collettivo, a collegarsi al sito www.unipa.it/monumentodocumento dove è possibile vedere le foto che spiegano gli argomenti trattati e sottoscrivere l'appello indirizzato alle autorità perché si possa salvare, nella sua attuale composizione (resti archeologici e opere di protezione e fruizione progettate da Minissi), il complesso monumentale della villa del Casale.
Palermo, 30 ottobre 2006
Franco Tomaselli
presidente dell'associazione culturale "Monumento Documento"
onlus;
professore ordinario di Restauro nella Facoltà di Architettura
di Palermo;
direttore del Master biennale di II livello in Restauro dei Monumenti;
coordinatore del corso di Laurea Magistrale in Restauro e Conservazione
dei Beni Architettonici ed Ambientali della Facoltà di
Architettura di Palermo.