21 luglio 2005 - 26° Anniversario dell'omicidio di Boris Giuliano
Traffico di droga, caso Sindona e omicidio De Mauro dietro la morte di Giuliano?
di Emanuele Giuliano e Giorgio Bongiovanni

da Antimafia Duemila

«Esiste un male profondo che soffoca il vivere civile e impedisce il corso normale del progresso». Mi parla di mafia Emanuele Giuliano, e lo fa con una lettera che vorrebbe girare «a tutte le componenti della nostra società: ai lavoratori, agli imprenditori, agli intellettuali e soprattutto agli esponenti della classe politica». E' «il desiderio di un fratello di ricordare», scrive Emanuele, «ricordare che la battaglia non è finita, che la strada da percorrere è ancora lunga e difficile perché il terreno rimasto è più irto e insidioso proprio perché porta più in alto; ricordare e capire che la mafia non è stata mai sola, ma che forti e ambigui poteri l'hanno sostenuta e coperta; ricordare e sostenere con forza quelli che ancora lottano contro di essa, perché non restino soli, perché superino le contraddizioni che una lotta così feroce impone».
E, ancora, ricordare «un uomo, come altri dopo di lui, che hanno sacrificato la loro vita per quella società che essi desideravano più giusta».
Quell'uomo è Giorgio Boris Giuliano, lo "sceriffo" Boris per i colleghi, semplicemente Giorgio per i familiari. Era il capo della Squadra Mobile di Palermo quando, il 21 luglio del 1979, quel «male profondo» lo vide per l'ultima volta negli occhi di un uomo smunto e tremante improvvisamente apparso sulla soglia del bar Lux. Si udì un solo colpo seguito dalle voci concitate provenienti dalla radio della polizia: «Sparatoria al bar Lux, via Di Blasi. Il primo che arriva relazioni questa centrale (1)». Seguì la voce del commissario Renato Gentile: «Attenzione si tratta del dottor Giuliano (2)». In pochi minuti la notizia passò di bocca in bocca e la ressa davanti al locale divenne presto incontenibile.
Così come il dolore dei colleghi, degli amici, delle migliaia di cittadini che pochi giorni dopo seguirono il feretro per rendere omaggio ad uno dei poliziotti più amati nella storia di Palermo.
Così come il dolore di Ines Leotta, sua moglie, che la notizia dell'assassinio la apprese dalla voce dello speaker radiofonico. Stava trascorrendo le vacanze in un paesino alle falde dell'Etna insieme ai suoi tre figli, convinta che il marito la avrebbe presto raggiunta, come aveva promesso prima di organizzarle quel viaggio. Non sapeva Ines della minaccia di morte che Boris aveva ricevuto in seguito alla sua irruzione, e a quella dei suoi uomini, nel covo di via Pecori Giraldi, rifugio di Leoluca Bagarella, braccio destro del superlatitante corleonese Luciano Liggio. Era l'8 luglio del 1979, era il culmine di un'indagine che gli permise di comprendere il ruolo decisivo dei corleonesi nel mercato della droga. Da anni Giuliano si dedicava alla ricerca delle raffinerie palermitane e la sua tesi che vedeva Palermo al centro del traffico internazionale di stupefacenti aveva trovato conferma soltanto un mese prima, quando a distanza di pochi giorni erano stati ritrovati negli aeroporti di Punta Raisi e di New York rispettivamente due valigie abbandonate contenenti 500.000 dollari ed eroina per il valore di dieci miliardi. Proveniente da Palermo. Giuliano scoprì che i soldi che partivano dagli Stati Uniti sostavano presso istituti di credito svizzeri e società finanziarie controllate da Sindona prima di raggiungere la Sicilia.
Era diventato pericoloso Boris Giuliano, il cacciatore di latitanti, il poliziotto che aveva esteso le sue indagini agli ambienti della finanza, che si era affacciato al mondo corrotto delle collusioni dello Stato, che a chi gli parlava di una carriera rapida e sicura negli uffici romani rispondeva: «Se si decide di fare il poliziotto ci si deve mettere in testa di arrestare i delinquentiaDomodossola mi sentirei un disoccupato (3)». Boris, mi spiega Emanuele, «aveva intuito che dietro la mafia, dietro quell'accumulazione di tesori c'erano anche le Banche in Sicilia e altrove; e nell'estate del 1979 l'unico che ficcava il naso nei conti bancari dei mafiosi palermitani era lui; partiva dal ritrovamento di assegni addosso a Giuseppe Di Cristina, il boss di Riesi ucciso nel 1978; gli era capitato fra le mani un libretto al portatore della Cassa di Risparmio con trecento milioni intestato a un nome di fantasia; si scoprirà poi che quel nome era quello usato da Michele Sindona nel suo viaggio dall'America a Palermo e che il denaro era suo.
E c'era un'altra indagine che Boris Giuliano non aveva mai lasciato, quella riguardante il giornalista Mauro De Mauro scomparso una sera di Settembre del 1970; aveva perfino espresso una promessa ad un giornalista, che, proprio in quell'estate del 1979, chiedeva se il caso De Mauro fosse ormai chiuso. "No - disse - scoprirò la verità su De Mauro, arresterò i suoi assassini, quanto prima ve ne darò conferma"».
Il traffico di droga tra Palermo e l'America, l'affare Sindona o il caso De Mauro? si domanda Emanuele. Quale delle tre piste è stata determinante nella decisione dell'eliminazione di Boris?
La risposta è, forse, nella dichiarazione rilasciata dal giudice Falcone immediatamente dopo l'esecuzione del poliziotto: la causa della sua morte è da ricercare nelle indagini sul fronte dei versamenti bancari in valuta estera, aveva detto, che avrebbero potuto portare alla testa dell'organizzazione. E che si erano avvicinate troppo ai conti bancari di Stefano Bontate.
Durante i funerali di Giuliano il cardinale Salvatore Pappalardo rivolse la sua omelia alle istituzioni affermando che non è possibile chiedere di più «a quanti sono giorno e notte esposti ad innumerevoli insidie, a tanti mortali pericoli... Faccia lo stato il suo dovere proteggendo, con un indirizzo politico chiaro ed inequivoco e con leggi appropriate, la dignità e la libertà di tutti i cittadini, anche di quelli preposti alla tutela dell'ordine e della pubblica tranquillità». «Troppi mandanti, troppi vili esecutori e fiancheggiatori sono liberi e circolano alteri e sprezzanti per le nostre strade ed è difficile raggiungerli perché variamente protetti».
«La strada da percorrere è lunga e difficile - continua Emanuele - perché, diversamente da quanto è stato alimentato da luoghi comuni di una "piovra internazionale", oggi la realtà è caratterizzata da una pluralità di soggetti criminali con pluralità di rapporti fra loro; non si tratta quindi di un unico soggetto a carattere internazionale, le diversità permangono anche se crescono e si rafforzano i rapporti e gli accordi di reciproca collaborazione». Ricorda poi le stragi del '92, i tanti ergastoli comminati ai capimafia, i collaboratori di giustizia ma avverte: «La mafia non è finita». «Malgrado alcuni processi abbiano messo in evidenza il rapporto tra mafia e politica (e non poteva essere altrimenti) - dice - non sono finite le complicità; siamo in un periodo di transizione e la mafia punta le sue preferenze (come è suo costume) in più direzioni, soprattutto in quelle a lei più congeniali per vecchie e collaudate complicità e collusioni. Per tutto questo oggi, più che mai, la lotta alla criminalità, al malcostume, alla corruzione, non può essere, non deve essere, esclusivo onere di giudici, di poliziotti, di carabinieri, ma interesse imprescindibile di tutta la società». Ricorda poi un concetto espresso dal fratello Giorgio in una sua relazione ad un convegno di magistrati indetto dal CSM: «La lotta alla mafia non può essere l'onere di pochi, ma deve essere il privilegio di molti» e cita le parole del giornalista e fraterno amico Francesco La Licata. «Forse Boris, questo mitico poliziotto non è mai morto - scrive -. O perlomeno è sempre vivo nella memoria di quanti lo hanno conosciuto. Se è vero che il bilancio della vita di un uomo si giudica da ciò che è riuscito a lasciare bisogna concludere che la sua eredità sopravvive ancora. Sopravvive nel metodo, nel sistema di lavoro ereditato da tanti colleghi che non si sono fermati».
Leggendo le parole di Emanuele mi torna alla mente un suo scritto, di alcuni anni fa, in cui rivelava la sua difficoltà nel ricordare Giorgio e, al tempo stesso, la sua decisione a non volersi esimere «dal contribuire a tener desta la memoria della gente sulla figura di un uomo che ha sacrificato la sua vita per non venire meno a quei valori morali ai quali si ispirava la sua personalità, la sua onestà, il suo senso del dovere, il suo concetto di "Stato"».
«E' solo il desiderio di un fratello di ricordare » mi scrive.
No. E' il desiderio di continuare a combattere un male profondo che soffoca il vivere civile e impedisce il corso normale del progresso.

Emanuele Giuliano e Giorgio Bongiovanni

1, 2, 4: Francesco La Licata, Boris Giuliano, Un poliziotto amato, Pictures&paroles, 1992
3. Emanuele Giuliano, Boris Giuliano, Un poliziotto amato, Pictures&paroles, 1992

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