21 luglio 2005 - 26° Anniversario dell'omicidio di Boris Giuliano
Boris Giuliano, un poliziotto all'antica
di Saverio Lodato

da Vai al sito de L'Unità del 25.06.2005

Abbiamo chiesto a Saverio Lodato, uno dei giornalisti italiani più autorevoli e documentati per quanto riguarda le vicende siciliane e quelle di mafia in particolare, di "regalarci" il testo dell'articolo pubblicato su
l'Unità di sabato 25 giugno.

Lodato ha subito accettato e, per questo oltre per la sua attività quotidiana, lo ringraziamo.


Se c'è una data che per la Polizia italiana segna uno spartiacque fra il passato di un volenteroso artigianato investigativo, sia pur glorioso, e il presente delle sofisticate tecniche di indagine, questa è certamente rappresentata dal 21 luglio 1979, quando Boris Giuliano, capo della squadra mobile di Palermo venne assassinato da un solitario killer della mafia. Un autentico mito per gli uomini che ebbero la ventura di lavorargli accanto. Un autentico mito per i poveri, i derelitti della città, che si precipitarono a migliaia ai suoi funerali. Un mito: perché non si era mai visto un poliziotto forte e impavido davanti ai potenti, tanto quanto sapeva essere umano e attento alle ragioni di chi spesso si era fatto piccolo delinquente in mancanza d'altro. Semmai, in quegli anni, il cliché del poliziotto era all'opposto: voce grossa con i poveri cristi e tanta precauzione in più per i "don", i "blasonati", i "benestanti" della città.
boris giuliano in un ritratto di frances campbell, ex agente del tesoro  americano presso il consolato degli USA a Palermo, grande amico di Boris  Giuliano Boris Giuliano fu l'ultimo grande poliziotto della stagione dei "confidenti" che popolavano vicoli e tuguri di un centro storico mai restaurato - unico in Europa - dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale. L'ultimo grande poliziotto di quella terribile stagione della "Giuliette" iniziata nel 1963 con la strage di Ciaculli e con la conseguente istituzione della prima commissione di inchiesta sul fenomeno mafioso (con gli anni siamo arrivati alla settima commissione). L'ultimo grande poliziotto all'antica, prima cioè che venissero alla ribalta i pentiti e i pool antimafia della magistratura, che prendessero il via i maxi processi, quando ancora si sudava sui rapporti scritti a mano, sui fogli di carta carbone, e che poi venivano strimpellati, fra nuvole di fumo e bicchieri di pessimo bourbon, su vecchie macchine da scrivere con nastri che prima di essere cambiati dovevano rendere l'anima a Dio. L'economato della Squadra mobile non nuotava mai nell'oro.
A riguardare oggi le foto in bianco e nero di Boris, che oltre al nome aveva anche il volto e i capelli e i baffoni neri di un kirghiso, in mezzo a gruppi di colleghi dell'epoca, si percepisce subito l'"alterità" della sua figura, del suo personaggio. All'antica sì, ma modernissimo. Si trovò infatti sul crinale che divideva due epoche, anche se questo si sarebbe capito più tardi. Se infatti fosse appartenuto solo al passato, forse sarebbe rimasto in vita.
La sua storia è stata raccontata tante volte. È stato raccontato, a esempio, che fu il primo a intuire che fra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80, Palermo era diventata pedina nevralgica nello scacchiere internazionale del traffico internazionale dell'eroina. Che a Palermo si raffinava l'oppio che arrivava ormai a sacchi interi dal triangolo d'oro della Thailandia del Laos e della Birmania. E che l'eroina, una volta prodotta, doveva pur finire da qualche parte. È stato così raccontato - ed è risaputo - che grazie al fiuto di questo kirghiso che d'estate portava rigorosamente giacche di lino bianco, vennero scoperti, in due valigie abbandonate sul nastro bagagli dell'aeroporto di Punta Raisi, i dollari (cinquecentomila), spediti come compenso dei "cugini americani" ai palermitani. Successivamente, in una casupola sul lungomare di Romagnolo, fra motoscafi pronti a prendere il largo, furono trovati quattro chili di eroina purissima per un valore, all'epoca, di tre miliardi.
Era la prova del "teorema Giuliano". Teorema che sarebbe rimasto tale se all'appello fossero mancati i soldi o la droga. Invece il teorema trovò nuova conferma quando all'aeroporto Kennedy, quelli dell' antinarcotici di New York furono altrettanto fortunati riuscendo a mettere le mani sull'eroina ( valore dieci miliardi) appena sbarcata da Palermo.
Era la fine di un'epoca criminale, sotto un certo profilo persino leggendaria: l'epoca del clan dei marsigliesi. Quando a fabbricare clandestinamente la migliore eroina del mondo era Joseph Cesari, un chimico autodidatta, al quale si rivolgevano tutte le famiglie della mala marsigliese, corsa e siciliana. Cesari, miliardario e collezionista d'opere d'arte, nella sua hollywoodiana villa di Aubagne, piccolo centro alla periferia di Marsiglia, raffinava solo un paio di giorni alla settimana per non intossicarsi, sin quando l'8 ottobre 1964, la squadra antinarcotici francese lo arrestò in flagranza di reato. Boris Giuliano, che l'epilogo di quella storia lo conosceva, intuiva che ormai i marsigliesi avevano fatto un passo indietro. E che con ogni probabilità Palermo era diventata il nuovo Eden della raffinazione.
Qualche poliziotto, ormai in pensione, lo ricorda ancora nel suo ufficio alla Squadra mobile di Piazza Vittoria, alle prese con foto aeree della città e planimetrie, pronto a far decollare l'elicottero se solo si palesava il sospetto che in qualche anonima catapecchia i fornelli della raffinazione fossero accesi.
Le intuizioni, la tenacia, l'intelligenza, certo. Ma anche gli ottimi studi, l'ottima conoscenza dell'inglese, che lo aveva portato a frequentare nel 1975 (il suo ingresso in polizia risaliva al 1962), il corso dell'FBI in Virginia, unico poliziotto italiano allora prescelto. Non fu un caso che durante la sua "reggenza" della Mobile, agenti e funzionari FBI o della DEA, furono di casa. Una sinergia tanto preziosa per le indagini, quanto devastante - come abbiamo visto - per i narco trafficanti.
Il risultato fu che l'Alta Mafia, quella che in quel periodo stava scoprendo quanto fosse lucroso il traffico degli stupefacenti, cominciò ad avvertire un profondo senso di fastidio. Ancora ancora si potevano sopportare gli "sbirri" all'antica. Quelli che strappavano qualche informazione al poveraccio di quartiere. Quelli che entravano nel futuro con la testa rivolta al passato. Quelli che - in polizia c'era di tutto - dietro l'elargizione di una bustarella o la spesa gratis nelle macellerie e nelle pescherie di mafia chiudevano un occhio facendo magicamente scomparire all'ultimo momento un nome dal rapporto che stava per essere presentato al magistrato. Quelli che erano autentici doppiogiochisti. Ma adesso era troppo.
È stato raccontato più volte che dopo il blitz di Romagnolo giunse al 113 la fatidica telefonata anonima: "Giuliano morirà". Ma quanto tempo ci sarebbe voluto per capire che il "dottor Giuliano", come tutti lo chiamavano rispettosamente, aveva urtato la suscettibilità di uno che di strada, dentro Cosa Nostra, ne avrebbe fatta parecchia. Quella droga sequestrata nella casupola di Romagnolo apparteneva a Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina. Come apparteneva a Bagarella quell'autentico arsenale trovato a seguito della stessa irruzione guidata personalmente da Giuliano: pistole calibro 357 Magnum, fucili a canne mozze, chili e chili di munizioni.
Alle 8 del mattino, 21 luglio 1979, Boris Giuliano uscì di casa, in via Di Blasi. La macchina, una Giulietta, per l'appunto, con il fedele brigadiere che ogni mattina veniva a prenderlo per accompagnarlo in Questura, non era ancora arrivata. Giuliano pagò la pigione al portiere, lo salutò, raggiunse il bar Lux a due passi. Ordinò il suo primo caffè della giornata, l'ultimo caffè della sua vita. Era nervoso ma non lo dava a vedere. Tre giorni prima, dopo la telefonata al 113, aveva accompagnato la moglie Ines Leotta, e i figli Alessandro, Selima ed Emanuela, tutti allora molto piccoli, a Piedimonte Etneo, alle falde dell'Etna, dove avrebbero trascorso le vacanze. Aveva promesso di raggiungerli una settimana dopo, e se ne era tornato a Palermo,
Ottimo tiratore scelto, Giuliano. E in più di un'occasione aveva risolto situazioni delicate senza mai strafare, tranne una volta in cui, anche se non per sua responsabilità, il morto, però, c'era scappato. Quella mattina al bar davanti al bancone, con le spalle rivolte alla porta, chissà cosa pensava. Il killer ebbe tutto il tempo di arrivargli a tiro. Il titolare e i baristi raccontarono dopo che il killer solitario tremava come una foglia. Sarà.
Solo anni dopo si seppe che quel killer solitario era Leoluca Bagarella. Proverbiale per la sua ferocia, per il suo sangue gelido, non per la sua indecisione.
Sin qui vi abbiamo raccontato una delle tante storie possibili di Boris. Ma non fu solo la droga il suo pallino fisso. Ovviamente, nella Palermo di quegli anni, aveva iniziato a farsi le ossa con grandi casi polizieschi e giudiziari: l'uccisione del procuratore capo Pietro Scaglione, il rapimento e l'uccisione del giornalista de "L'Ora", Mauro De Mauro, l'uccisione del capitano dei carabinieri, Ninni Russo, l'uccisione del giornalista del "Giornale di Sicilia", Mario Francese, l'uccisione del segretario della DC palermitana, Michele Reina. Aveva avuto a che fare con il finto sequestro Sindona, con l'alta finanza collusa con la mafia. Con i cugini Nino e Ignazio Salvo, i potenti siciliani dell'epoca che di lì a qualche anno sarebbero rotolati giù dai loro piedistalli. Aveva persino indagato sulla strage di viale Lazio.
Il cronista ha un ricordo preciso del giorno dei suoi funerali. Non solo l'omelia del cardinale di Palermo, Salvatore Pappalardo con la citazione di Ezechiele: "il paese è pieno di assassini". Non solo i vicoli alle spalle di Corso Vittorio Emanuele stracolmi di migliaia di cittadini qualunque. Non solo lo striscione degli abitanti di via dei Biscottari - "via dei Biscottari in lutto. Eravamo tutti amici di Boris"- con i quali il capo della Squadra Mobile ogni giorno si fermava a parlare perché da quella strada doveva passare per andare in ufficio. Il ricordo è quello di tre giganteschi poliziotti americani, abbracciati a una colonna, mentre la folla dal basso spingeva, e loro, che volevano guardare dall' alto le dimensioni del corteo, avevano finito con il trovarsi fuori posto e non riuscivano più a scendere.
Ecco. Dicevamo, all'inizio, poliziotto sul crinale fra due epoche. Quei tre americani un po' allampanati erano la rappresentazione vivente che i tempi stavano cambiando. Questa, forse, fu la ragione del conto, un conto molto salato, presentato a Boris Giuliano.
Scrisse Paolo Borsellino nell'ordinanza di rinvio a giudizio per il primo maxi processo: "senza che ciò voglia suonare come critica ad alcuno, se altri organismi dello Stato avessero assecondato l'intelligente opera investigativa di Boris Giuliano l'organizzazione criminale mafiosa non si sarebbe sviluppata sino a questo punto, e molti omicidi, compreso quello dello stesso Giuliano non sarebbero stati commessi."
Ines, la moglie, e le due figlie, Selima e Emanuela, di 32 e 34 anni, vivono a Palermo.
Alessandro Giuliano, il figlio di Boris che all'epoca dei fatti aveva 12 anni, oggi ne ha 38. È l'attuale capo della squadra mobile di Venezia, dopo aver diretto quella di Padova, con brillanti operazioni fra le quali la cattura del serial killer Michele Profeta.
Alessandro non ha mai rilasciato interviste, essendo schivo per natura e avendo a giurato, quando entrò in polizia, che non avrebbe mai lavorato in Sicilia.
Mi rivolgo a lui per chiedergli un ricordo del padre, qualcosa che davvero non sia mai stata scritta. Mi dice: "Per me, mio padre, prima che essere poliziotto, fu un uomo. Ricordo che quando l'equipaggio di qualche volante di pattuglia nei quartieri diseredati di Palermo si imbatteva in un bambino che si era perduto, mio padre, mentre erano in corso le ricerche, spesso assai difficoltose, dei genitori, anziché tenerlo in un ufficio di polizia, lo portava a casa nostra e lo faceva giocare con noi che eravamo suoi coetanei."
Che Boris, negli ultimi giorni, avesse capito che il barometro volgeva a tempesta, Alessandro lo testimoniò al maxi processo. Il padre, infatti, qualche settimana prima di essere assassinato, gli disse apertamente: "sto facendo delle indagini sul traffico di droga che sono molto pericolose". Oggi, quando gli chiedo di tornare sull'argomento, Alessandro si limita a rispondere che quello che aveva da dire sull'argomento lo disse in quella deposizione processuale. E che non c'è motivo per ritornarci su.

Saverio Lodato

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