Per non dimenticare

Palermo: la strage di via D'Amelio

Palermo, Palermo

di Fabrizio Dragotta

Paolo BorsellinoPalermo, 19 luglio 1992. Un pomeriggio di un'assolata domenica di luglio. Uno di quei pomeriggi trascorsi in famiglia. Attorno ad una tavola imbandita, dopo un pranzo consumato nel giorno della festa. Il piacere di stare con i propri affetti.
Sono quasi le cinque e sto davanti al computer a giocherellare con mio nipote. Fuori fa caldo e le imposte sono spalancate. E' uno strano boato quello che si sente. Mio nipote mi avverte. "Zio, hai sentito? Forse è scoppiata una bombola di gas". Io annuisco e continuo a giochicchiare con la tastiera. E' troppo lontano in me il pensiero che in questa città possa di nuovo essere accaduto qualcosa di spaventoso. Solo più tardi mi renderò conto. Per caso. Salterellando da un programma all'altro, nella monotonia del palinsesto televisivo d'estate, un cronista ci informa dell'ennesima strage.
La notizia si sparge per tutta la casa e in pochi istanti siamo piazzati tutti davanti al televisore. E' la volta di Paolo Borsellino. Dalle prime notizie pare sia solo ferito. Un velo di speranza si accende dentro di noi, rotto però, qualche ora dopo, dalla conferma della sua morte.
Le immagini scorrono identiche, immutate e cruenti nella loro spietata realtà. I commenti e gli interrogativi rimangono gli stessi. Si cerca di capire, di comprendere. Ma nulla è più incomprensibile di questa città.
Ho iniziato a conoscerla, quasi dieci anni fa. Allora ero appena maggiorenne, appena diplomato e appena iscritto all'Università. Vivendola ho imparato ad amarla. Dapprima il suo centro storico,i suoi profumi, i suoi colori, unici, le sue contraddizioni. E dopo anche i suoi quartieri periferici, simbolo di degrado ed emarginazione. Ricordo di averne visitato, con un mio professore, uno di quelli che diventeranno famosi qualche anno dopo. Eravamo entusiasti. Sembrava tutto perfetto. Oggi che le pareti di quegli appartamenti, lacerate dai suoi abitanti, sono così simili, identiche, alle mura degli edifici di via Mariano D'Amelio, mi è ancora più chiara la sfugevolezza di questa Palermo dal doppio volto, dalla doppia identità.
Via D'Amelio il giorno della strageFa caldo oggi a Palermo. Mi accingo a partire per Piazza. Un viaggio fatto decine di volte, ma mai lo stesso. Oggi è ancora più diverso. Sulla circonvallazione la solita fila di auto che rientrano dal week-end. Chissà se loro sapranno. Auto piene di famiglie. Famiglie piene di bambini. Cerco di sintonizzarmi su un giornale radio. La ricerca di notizie viene placata solo dalla voce di Borsellino. Viene riproposto un suo intervento durante un incontro organizzato dopo la morte di Falcone. Parole aghiaccianti le sue. Rabbia ed impotenza la nostra. Parole che risuoneranno per parecchi giorni per poi morire nell'apatia della monotona quotidianità. Incrociamo un'auto colonna di mezzi del soccorso stradale. E' facile indovinare dove sono diretti. Sui tabelloni pubblicitari l'immagine del volto corrucciato di Falcone, utilizzata per pubblicizzare un quotidiano che regala il suo libro ad inserti, sembra volerci ricordare che lui è ancora qui, con noi, ad osservare questa Palermo dai due volti. Domani i giornali non avranno bisogno dell'espediente del fascicolo. Domani si venderà. La gente vuole "conoscere".
Ormai Palermo è alle nostre spalle. Il mare oggi è stupendo. Calmo. Come se anche lui sapesse. I colori di un tramonto su questa terra struggente ci accompagnano silenziosi assieme alla voce di Borsellino, che si fa più tenue via via che ci allontaniamo. Lasciare Palermo, lasciare quest'isola, oppure reagire, restare, lottare per ciò in cui si crede. E' una domanda che molti di noi stasera si porranno. Anche la voce di Borsellino è ormai impercettibile. Al suo posto subentra una melodia trasmessa da una stazione radio. E' De Andrè, canta La domenica delle salme. Le sue parole risuonano come un presagio. Il rito si è compiuto. Stanotte saremo in parecchi a non dormire.

da "OC - Osservatorio sulla Città", Anno II, n. 17/18, luglio/agosto 1992

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