piazzaGrande

06.06.2007

Eguaglianza e Solidarietà. Quando la chiesa si occupa d'altro.
di Carmelo Nigrelli

Da alcune settimane è in edicola e giunge in molte case il settimanale "Settegiorni dagli Erei al Golfo", organo della diocesi di Piazza Armerina.
Il numero del 3 giugno si apre con un editoriale del direttore Giuseppe Rabita che non ho difficoltà a definire sconcertante e poiché in esso si invita al dibattito, intendo entrare nel merito delle questioni affrontate.

L'analisi del voto di Rabita è del tutto legittima, ma si basa su una lettura dei dati elettorali che non corrisponde perfettamente ai fatti. Scrive il direttore che la elezioni hanno registrato «una certa diffidenza nei confronti dell'attuale maggioranza ed il conseguente voto a destra». In realtà la prima parte dell'affermazione è senz'altro giusta, la seconda no, dal momento che, come si può verificare dai dati ufficiali, anche gli elettori della casa delle libertà sono diminuiti in valore assoluto rispetto alle elezioni politiche di un anno fa (mentre solitamente alle amministrative aumentano). Ciò vuol dire che la grande insoddisfazione per l'azione (ma io credo più per i comportamenti) del governo non si è tradotta in uno spostamento di voti verso destra.

Ma non è questa la questione centrale dell'editoriale che mi ha spinto a definirlo sconcertante. Il governo - sostiene Rabita - ha posto al centro dell'attenzione in questo anno problemi che la società non riterrebbe tali e in particolare la questione dei diritti delle coppie di fatto.
Si tratta di una questione centrale in una democrazia laica che deve essere affrontata senza concessioni a visioni confessionali perché, in caso contrario, si corre il rischio di ipotizzare uno stato teocratico analogo e speculare a quello esistente in molti stati islamici. La legge sui Dico non impedisce ai credenti di sposarsi con il rito cattolico o di un'altra religione, o con il rito civile, ma consente a chi ha scelto di costruire una famiglia senza ricorrere al prete o al sindaco, di godere dei diritti (peraltro non di tutti) di coloro che hanno operato quella scelta.
È un fatto di democrazia, di riconoscimento dei diritti dei cittadini indipendentemente dal loro credo religioso, che si giunga a tale riconoscimento. Tutti noi conosciamo coppie felicissime, con bambini felicissimi, che vivono insieme da anni o da decenni sulla base di un legame "di fatto" che è la vera famiglia naturale (ricordate le stupidaggini a riguardo dette qualche settimana fa da Mastella in Tv?). Le altre, quelle nate di fronte e un sacerdote o a un sindaco sono tutt'altro che naturali, sono il prodotto della storia e della cultura, come spiegava benissimo trent'anni fa padre Ernesto Balducci in una conferenza del 1974 recentemente ripubblicata dalla cattolicissima agenzia Adista e nel nostro sito. E d'altra parte anche Giuseppe e Maria erano una coppia di fatto. Senza scandalo.

Moltissimi dei miei amici cattolici praticanti non comprendono l'accanimento della chiesa su questo tema in cui la questione della omosessualità, cioè della possibilità di estendere i diritti anche alle coppie omosessuali, a me pare (a parte la tradizionale omofobia della chiesa) il grimaldello con il quale scardinare un disegno di legge che riguarda soprattutto coppie eterosessuali.
In ogni caso credo che anche le coppie omosessuali abbiano diritto ad avere i diritti (mi si conceda il gioco di parole) delle altre coppie. E noi, cioè lo stato, abbiamo il dovere di garantire questi diritti. Chi ha sostenuto queste posizioni (Rabita elenca Boselli, Luxuria, Grillini, ed altri) lo ha fatto quasi sempre con la massima educazione e serietà anche quando provocati (ricordate la Mussolini che gridava «meglio fascista che frocio»?) e quasi mai con quei toni che sono descritti nell'editoriale.

Ma il vero obiettivo dell'articolo del direttore Rabita si coglie da due passaggi fondamentali. Il primo afferma che «è stato chiesto di affamare la chiesa»; il secondo è il nostalgico richiamo alla Democrazia Cristiana. E qui lo sconcerto diventa davvero grande. La questione è, come sempre, molto prosaicamente di soldi: la chiesa pretende, ma non concede. Come sempre. Vuole gli insegnanti di religione cattolica nominati direttamente dai vescovi senza concorso e li vuole equiparati a coloro che hanno vinto concorso pubblico. Vuole finanziamenti pubblici alle scuole private di ispirazione religiosa. Vuole l'otto per mille. Ma non vuole pagare l'Ici sui beni di proprietà ecclesiastica non legati direttamente al culto. Ma non vuole che si aprano scuole confessionali legate ad altre religioni (quella islamica, per esempio, che ha sempre più adepti di nazionalità italiana). Il problema è che la chiesa di Benedetto ha ottenuto le cose che ha voluto e che pretende di essere accontentata anche per quelle che non vuole.

L'idea che sta sotto è, dopo 150 anni, quella della chiesa-stato, della chiesa-partito politico. E poiché l'unità politica dei cattolici, per fortuna, non c'è mai stata (qui lo scivolone storico di Rabita è davvero grave) allora anche il richiamo alla Dc, che al massimo riuscì a rappresentare il 50% degli italiani quando oltre il 90% erano cattolici e nel 1984 fu superata dal Partito comunista, non è un suggerimento politicamente sensato, ma, ancora una volta, un ragionamento capzioso che serve a giustificare un interventismo in politica della chiesa che non si vedeva da almeno 40 anni.

Per quanto riguarda il rapporto tra cattolici e sinistra, sul quale mi riservo di intervenire eventualmente in un'altra occasione, ricordo al distratto Rabita che Nietzsche considerava spregiativamente la democrazia e il socialismo con il loro egualitarismo, i prodotti ultimi del pensiero cristiano e che una decina d'anni fa, in un bellissimo saggio intitolato "Destra e Sinistra", Norberto Bobbio spiegava come l'egualitarismo e la solidarietà fossero i tratti distintivi di tutte le sinistre del mondo. Che si tratti di valori comuni al cristianesimo, mi pare evidente. Ho l'impressione, però, che la chiesa per il momento si occupi d'altro.

Indietro