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Parla Rosario Crocetta, confermato sindaco di Gela, Pdci.
«Abbiamo recuperato fasce marginali che rischiavano di perdersi»
«Ho vinto perché ho fatto scelte radicali per combattere la mafia»
di Enrico Fierro
 

da l'Unità del 18.05.2007

Piazza Grande è sempre stata vicina al sindaco di Gela Rosario Crocetta, che ha considerato un simbolo importante della strada che la Sicilia deve seguire nel suo percorso di sviluppo. Quando si ipotizzò una candidatura di Crocetta alla Presidenza della Regione, fummo tra i primi a sostenerla. Adesso, per festeggiare la sua plebiscitaria rielezione a sindaco di Gela, pubblichiamo un'intervista comparsa su l'Unità del 18 maggio.
 



 
Rosario Crocetta è l'uomo del miracolo. Perché nel disastro siciliano (per la sinistra e l'intero centrosinistra) è l'unico che vince: rieletto sindaco di Gela quasi per acclamazione popolare. Sessantacinque per cento dei voti e giubilo di massa. Tessera del Pdci in tasca, Crocetta è, per sua definizione, «comunista-cattolico. No, cristiano comunista. Antimafioso radicale» e «omosessuale» dichiarato e felice. E poi, figlio di operai che non ha potuto laurearsi per mancanza di mezzi (ma parla tre lingue, arabo incluso) e «povero». Povero? «Sì, in questo momento indosso la giacca che comprai cinque anni fa, quando fui eletto per la prima volta sindaco della mia bella città». Come si vede, tante cose insieme. Troppe. E tutte in netta controtendenza con gli schemi della politica di oggi. E allora la prima domanda non può essere che la più ovvia.
Sindaco Crocetta, ma come ha fatto a vincere. Pardon: a stravincere?
«Ho vinto perché intorno a me si è realizzata la straordinaria unità delle forze che ho messo assieme e soprattutto di tantissimi cittadini che sono scesi in campo ( posso direcosì?) per difendere una grande esperienza di partecipazione, sviluppo, legalità e, mi permetta la parolaccia, radicalità...».
Radicalità? E gli elettori non si sono spaventati?
«Affatto. Nei quartieri popolari ho raggiunto l'80% dei voti, ma anche nei seggi del centro ho preso più del 70%. Mi hanno votato gli anziani, le donne e i giovani, anche se quest'anno c'è stato un incremento del voto giovanile».
Adesso, però, lei ci deve spiegare in cosa consiste la sua radicalità.
«Nella nettezza delle posizioni. Chi ha votato per me e per la coalizione che mi ha sostenuto, sapeva che votava una cosa diversa dagli altri. Un programma diverso, un'etica altra, direi finanche uno stile politico nuovo. Ma la mia è una radicalità moderata. Io sono un uomo del dialogo, parlo con tutti i ceti. In questi anni abbiamo fatto una lotta alla mafia durissima, senza sconti, ci siamo esposti in prima persona, abbiamo denunciato il sistema di potere della mafia, i colletti bianchi, i politici collusi. E li abbiamo sconfitti, i consiglieri sostenuti dalle cosche non sono stati eletti. A differenza di cinque anni fa, quando contro di noi ci furono brogli colossali, un condizionamento del voto da parte della mafia mai visto prima. Ma attenzione, abbiamo fatto la lotta alla mafia e nel contempo abbiamo avviato un politica di dialogo e di recupero con le fasce marginali, ex detenuti, picciotti che rischiavano di perdersi per sempre. Gli abbiamo offerto una possibilità».
Sindaco, chi ricorda la sua storia personale si chiede come ha fatto a vincere una serie di tabù e...
«La tolgo dall'imbarazzo. Lei vuole parlare della mia omosessualità...».
Nessun imbarazzo, ma ne parli lei.
«Il mio è un cristianesimo comunista, la mia omosessualità è un valore per me e per la stragrande maggioranza dei cittadini di Gela, come si vede dal voto. Quante sciocchezze da pessima commedia all'italiana si scrivono sulla Sicilia! L'ho detto, sono un uomo del dialogo. E il Paese arretra perché invece si seglie lo scontro anche sui temi che attengono alla sfera individuale. L'omosessualità, come l'eterosessualità, non è una scelta politica o ideologica, sono contro le biforcazioni nette. Esiste l'orgolgio gay perché esiste l'omofobia, tra queste due posizioni io sono la sintesi. Pasolini non ha mai sentito l'esigenza di dichiarare il suo orgoglio gay. I miei cittadini sapevano e sanno tutto di me, delle mie scelte, e mi hanno votato. Gli anziani, le mamme. Per strada mi chiamano Rosario, tranne uno».
Chi, signor sindaco?
«Totò Cuffaro, il Presidente della Regione, che è venuto qui a Gela, a casa mia, a sfidarmi e ha perso. In piazza ha detto che voleva un sindaco umile. Sono umile con la mia gente, durissimo con i mafiosi. Per questo gli ho risposto che doveva chiamarmi signor sindaco».
Ci racconti la sua Gela.
«Una città che sta crescendo. Aumenta il numero degli abitanti, la gente non fugge più come negli anni passati. Anche gli imprenditori stanno tornando, noto una crescita della fiducia in molti settori. A questo puntavamo e a questo puntiamo con l'affermazione della legalità, con le politiche di abolizione del precariato nel lavoro, con la solidarietà. Come vede, sono gli elementi essenziali per costruire un nuovo rinascimento».
Perché si è perso a Palermo e in buona parte della Sicilia?
«Domanda imbarazzante per uno che ha vinto. Ma non mi sottraggo. La sinistra in Sicilia non esiste da tempo. Combattono il cuffarismo inseguendo i moderati, sono consociativi e non attaccano la vecchia politica in una reealtà dove la rivoluzione liberale è ancora da fare. Le basta?».

 

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