piazzaGrande

POST-IT [70] del 01.06.2007

Difensore civico: una speranza e un timore
di Carmelo Nigrelli

Quando, all'inizio degli anni Novanta, il Comune di Piazza Armerina elaborò il suo Statuto non previde la figura del Difensore Civico che, invece, la legge 142/90 aveva istituito per «rafforzare e completare il sistema di tutela e di garanzia del cittadino nei confronti delle pubbliche amministrazioni e per assicurare e promuovere il pieno rispetto dei principi di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione.»
La legge non ne imponeva l'istituzione, ma per un pugno di cittadini, allora riuniti nell'associazione Osservatorio della Città, quella figura doveva essere creata perché si ponesse un limite ad abusi, disfunzioni, carenze e ritardi dell'amministrazione nei confronti dei cittadini.
Grazie alla campagna di stampa attraverso il mensile dell'associazione, all'attenzione dei media e all'interfaccia con alcuni consiglieri comunali, la figura del Difensore Civico venne istituita con le caratteristiche che quel pezzo di combattiva società civile aveva ritenuto indispensabili per garantirne autonomia ed efficacia.

Il Difensore civico doveva avere certi requisiti di competenza, provata moralità e interesse per la cosa pubblica. La candidatura doveva essere sottoscritta da un congruo numero di cittadini (duecentocinquanta), che sarebbero diventati i "garanti" di quella figura così disturbante per il potere. Tra i vari candidati, infine, il Consiglio Comunale non avrebbe potuto scegliere, ma, verificati i requisiti, avrebbe solo dovuto procedere a un sorteggio tra essi.

In questo modo il Difensore sarebbe stato libero dal condizionamento dei partiti.

Ben presto la partitocrazia d'accatto che a Piazza, come in tutte le città è endemica, capì due cose: occorreva cancellare l'indipendenza del Difensore Civico così eletto e, poiché ad esso era destinata un'indennità pari a quella di un assessore, lo si sarebbe potuto fare entrare nel gioco delle trattative tra i partiti. Bastava che si eliminasse quella "assurda" norma del sorteggio e, per incanto, il Consiglio Comunale, cioè i partiti, cioè le lobbies, avrebbero potuto mettere le mani su quel "ruolo". E così fu fatto. Una figura per definizione e per legge indipendente, autonoma, con il potere di azione nei confronti della cattiva amministrazione, venne trasformata in un posto di sottogoverno, un ruolo da prendere in considerazione nelle lunghe riunioni spartitorie in cui vengono assegnate a ciascun partito cariche spesso valutate solo in relazione al reddito che producono.

Oggi, pertanto, con queste caratteristiche, la figura del Difensore Civico mi appare del tutto inutile rispetto all'obiettivo della legge 142. mi sembra anzi uno spreco di risorse pubbliche. E forse proprio questo era l'obiettivo di chi ne ha svuotato il senso.

Il prossimo giorno 5 giugno il Consiglio Comunale è chiamato a nominare il nuovo difensore civico (il precedente era in regime di prorogatio da un paio d'anni) tra una ventina di candidati (venti consiglieri per venti candidati).

Ad ambire alla carica ci sono ex politici, esponenti dell'associazionismo, professionisti. Alcuni di essi svolgerebbero benissimo le funzioni; altri potrebbero forse essere più interessati all'indennità (seppure ridotta ed equiparata a quella di consigliere comunale); altri ancora potrebbero pensare di utilizzare la carica come trampolino per rientrare in politica.

A pensar male, diceva Andreotti, si fa peccato, ma, spesso si indovina.

Io spero che il Consiglio Comunale scelga un Difensore Civico realmente autonomo e che voglia usare la sua autonomia. Qualcuno tra i candidati ha queste caratteristiche. Temo, però, che le logiche di scelta saranno legate agli instabili equilibri politici tra i gruppi consiliari.