piazzaGrande

POST-IT [77] del 29.09.2007

E moriremo democristiani
di Carmelo Nigrelli

«Moriremo democristiani» era una sorta di scongiuro che in ambiente comunista o laico si evocava ogniqualvolta una qualche scelta del gruppo dirigente del PCI appariva troppo compromessa con il potere. Vi era, cioè, sullo sfondo una aristocratica, supposta diversità del modo di fare politica dei comunisti che perseguiva il raggiungimento del potere per compiere una missione a vantaggio delle fasce deboli della popolazione contro una politica, quella democristiana, intesa come mero esercizio del potere finalizzato solo al proprio mantenimento.
 
«Moriremo democristiani» è una frase che molte volte ho sentito ripetere, e anch'io ho pronunciato, nelle ultime settimane facendo riferimento al nascente Partito democratico. Solo che non si tratta più di uno scongiuro, ma di una sconfortata presa d'atto: la fase di elezione diretta dei segretari nazionale e regionali e delle assemblee costituenti del Pd è stata costruita, o almeno si è concretizzata, attraverso meccaniche che hanno come unici obiettivi il mantenimento dei ruoli di visibilità agli oligarchi dei due partiti fondatori, il consolidamento di vecchie correnti e la costituzione di nuove, la necessità di bloccare una eventuale, incontrollabile presenza di "sfusi", di persone, cioè, che approdano al Pd non provenendo da Ds e Margherita.
 
Che un tale quadro non possa apparire attraente per tante persone di sinistra o anche sinceramente centriste, ma attente alle questioni sociali, è fuori di dubbio e, infatti, su tutti i giornali, nazionali e non, abbiamo potuto leggere numerosissimi articoli, editoriali, commenti sulla ridotta partecipazione della "società civile".
 
E le parole pronunciate dai candidati, e soprattutto da Veltroni, sul successo che sta riscuotendo l'iniziativa del 14 ottobre, la sua soddisfazione perché 150 personalità, su sua personale indicazione, sono state inserite in testa alle liste nazionali, appaiono stonate perché pronunciate da un leader accreditato di un'onestà intellettuale rara tra i politici.
 
Ho già scritto della delusione che questa situazione ha ingenerato in me e in molti altri e ho già scritto che, in ogni caso, vale la pena provare fino in fondo. Ma perché? Per un atto di fideistica fiducia?
 
No. Semplicemente per un ragionamento basato su una lettura, realistica anche se al limite del cinismo, di questo fase storica della società italiana.
 
Essere di sinistra mi è sempre sembrata non una scelta ideologica, almeno per quelli della mia generazione, ma di tipo esistenziale, basata, cioè, sull'ambizione di rimuovere le differenze tra gli uomini sia nelle condizioni attuali che nelle prospettive future. E questa scelta in una società complessa, articolata, plurale come quella italiana di questo inizio di millennio è confermata e resa più necessaria dalla virulenza dell'egoismo, dell'inegualitarismo che caratterizza la destra nel nostro Paese.
 
Dalla parte opposta, nell'ambito che i giornali chiamano della "cosa rossa", mi sembra che ci sia una incapacità di interpretare tale complessità, una ricorrente semplificazione delle analisi e delle ricette per affrontare i problemi che appartengono più a chi voglia rappresentare una lobby, una minoranza, che a chi ha l'ambizione di sintetizzare la complessità sociale.
 
Per tutto questo rimango ancora convinto che, nonostante tutto, valga la pena di tentare, almeno per qualche mese ancora, di dare anima a questo diafano Partito democratico. Per questo voterò il 14 ottobre, seppure senza l'ardore della passione, senza l'ottimismo della volontà, ma con il realismo della ragione.